giovedì

Rizes #10- Un anno

Vi ricordate il vostro primo compleanno? 
Ma come no?
Avevate quella tutina blu a righe gialle che vi aveva regalato la zia Nilde, l'immancabile bavaglino (questo ve lo ricordate sicuro) e poi la torta, che non avete mangiato, ma che era buonissima!
I primi compleanni sono importanti e non è proprio possibile dimenticarli.
Non ricordate proprio? 
...Forse eravate presi dalle mille novità.
In effetti il primo anno è così. 
I colori sono tutti sgargianti come carta da uovo di Pasqua, gli aromi tutti voluttuosi e dolci, e i nostri occhi si aprono su paesaggi mai visti. Ogni cosa è "per la prima volta" e anche le difficoltà più assurde sono avventure emozionanti. Tutto è genuino anche nella sua bruttura e ogni cosa si conclude sempre in una gran bella risata. Non mancano ovviamente i pianti e le paure per cui non si dorme, ma sicuramente ogni sorriso nuovo cancella le notti in bianco e il giorno dopo, con i piedi in aria, scalcianti, siamo ancora una volta capaci di urlare di una gioia imprudente e disarmante.
A ricordarvi il vostro primo anno saranno tutti quelli che vi hanno accompagnato mese dopo mese, ascoltandovi, consigliandovi e curandosi di ogni genere di premura. I parenti, gli amici: in generale ogni persona a voi cara.
In questo primo anno Rizes ha goduto dell'affetto e del sostegno di tutti voi che l'avete visto nascere e cresce. Avete creduto in noi con una fiducia sconfinata (ve lo dico, a volte davvero ingiustificata). Anche distanti o presi da mille impegni, ci avete sempre seguito nelle nostre mille avventure, bisbigliato nell'orecchio i vostri preziosi consigli e coccolato con inaspettati complimenti. 
Per tutto questo noi vi ringraziamo di cuore.

Compiuto il primo anno ci si alza per la prima volta in piedi e si inizia a camminare.
E allora: tutti pronti!
Ci aspettano nuove prospettive, nuove avventure e inedite vertigini!
Rimaneteci sempre vicino.

venerdì

Ed è un no.

Non sarò mai sazia nel guardarti di sbieco, nello spiarti, nel sussurrare alle tue orecchie che "non mi curo minimamente di te, amore mio", nel pendere dalle tue labbra ad ogni bisbiglio.
Non soddisfo mai la sete delle tue attenzioni, sistematicamente negate; dei tuoi "brava" atti a sancire un traguardo raggiunto. Ritroso e tronfio non me li concedi mai.
Non sono, né sarò mai abbastanza per te: eppur sapendolo, continui imperterrito ad essere il mio inconsapevole motore.
Non mi capirai. Cerchi in me solo frammenti di te: un pezzo in cui riconoscerti come padre delle mie passioni,o come amante troppo vanitoso, o come complice di baci desiderati.
Non potrei desiderare condizione più dolorosa e piacevole di quella in cui agisco per te senza che tu ne abbia la benché minima percezione.

lunedì

Ssssh

Lo senti tutto questo dolore? È come se ogni tanto spuntasse fuori più cattivo di prima. È come se a volte te ne abituassi e lo dimenticassi. Poi, una mattina, o una sera, ti accorgi che è lì a stringere e incancrenire. Ti ha illuso, ti sei illusa fosse svanito,  e invece no. Come un serpente, ti avvolge nelle sue spire e al primo tuo scattare blocca, morde, intensifica la presa, stringe. Più ti dimeni più ti toglie vita.
A volte non vale la pena morire per un'illusione.

sabato

La rosa dei venti

C'era una volta un piccolo soldatino di bronzo. Non aveva un'armatura granché robusta e persino la sua spada era di solo cartone.
Aveva però un preciso compito. Se lo era prefissato una vigilia di natale, quando gli era nata la terza nipote: "Sarò il suo paladino!" si disse e così fu.
Senza timore, senza un briciolo di paura, avrebbe affrontato giganti e montagne, avrebbe solcato i mari, l'avrebbe protetta dai pericoli, dalle canzoni tristi, dai volti più crudeli. La sua armatura diventava scintillante quando pensava a lei, e la cosa più preziosa che poté regalarle fu il valore della complicità.
Ne divenne compagno di giochi quando fu bambina e confidente dei sogni più assurdi quando fu ragazza. Seguiva e entrava in ogni storia lei inventasse. Da difensore si tramutava in alleato; da sognatore, all'occorrenza, diveniva salda roccia per poterle permettere di volare alto, senza timore di essere trascinata via dai venti.
Un giorno, poi, capí che la bambina diventata ragazza, proprio per il carattere che lui amava tanto, non avrebbe potuto fare a meno di inseguire le ventose giornate, di farsi completamente rapire anima e corpo dal turbinio dei venti.
Allora decise di insegnarle a riconoscerli tutti, perché così, in qualsiasi momento, lei avrebbe avuto modo di far ritorno da lui. Con in mano la rosa dei venti, lei decise di partire.
Lui la abbracciò e per la prima volta ebbe paura accanto a lei.

La lasciò andare ragazza e non ebbe più modo di vederla diventare donna.

I dieci giorni di viaggio si sono tramutati in dieci anni.
Si aspettano ancora, da qualche parte, lei in perenne volo e lui, roccia salda, scrutando il cielo in attesa che cambi il vento e che giunga finalmente il maestrale a riportarla tra le sue braccia.

martedì

Ogni notte

Ogni notte, addirittura al principiare della sera, un mostro nero mi mangia il cuore. Si genera dal mio stomaco, attraversa il fegato, soffoca i miei polmoni e raggiunge con facilità il cuore indifeso.
Non ruggisce, non è capace di difesa alcuna. È un cuore bambina che ha solo paura. Il mostro è nero e lo divora inglobandolo nella sua oscurità. Si genera  nel silenzio e vi ripiomba guizzando tra le viscere. Senza sangue, senza graffi, senza combattere, semplicemente il cuore scompare nel nulla.
Rimane solo un profondo dolore silenzioso, sordo, che non accetta ragione. Il mostro mi guarda dall'interno coi suoi occhi bianchi ciechi. Soffia, sbuffa, non ride, semplicemente ringhia a tratti.

http://youarelikepinocchio.tumblr.com/post/153181544660/a-chi-mi-domanda-ragione-dei-miei-viaggi

venerdì

Tramontana

Poi ci sono quei giorni freddi in cui sei sola con te stessa e non riesci a convivere con una certa parte di te. Pensi a tutti quegli uomini che ti hanno fatto sentire sporca, inadeguata, usata. Scandagli ogni singola situazione del passato e, niente, c'è quel senso di vergogna, quella umiliazione, che ti immobilizza il pensiero. Rimango nella lordura di emozioni e pensieri. 
E ogni volta mi ripromettevo che non avrei più permesso le mancanze di rispetto, che avrei preteso, meritato gentilezza, riconoscimento, o più semplicemente una sincera giustizia. Quella giustizia di sentimenti, quella onestà coraggiosa, per cui ti stavi prostituendo l'anima.
Ogni volta invece scendevo a patti con me stessa, accettavo di sbagliare, di essere sbagliata. Accettavo di avere a che fare con uomini che mi rendevano sbagliata. 
Ecco, nelle giornate fredde, a volte, penso a questo per lasciarmi punire dalle temperature. 
Per congelare dentro. 
Per sentire gli aghi dolorosi, ovunque. 
Per non potersi muovere e per rimanere sofferente per il proprio gelo: quello che ti è stato creato dentro da uomini che meritano solo di essere dimenticati.

Mago di Oz

Per arrivare alla Holden bisogna seguire un sentiero acciottolato.

Non è un obbligo, ma è il mio punto di riferimento. In una città nuova tutto può servire per orientarsi e io ho trovato questo dettaglio. Alla fine sono le cose piccole e immutabili quelle che, a volte, danno più sicurezza nel tragitto.
Oggi, quindi, percorrevo il sentiero e ragionavo giocando con i pensieri. Nel mio incedere pensavo a come abbia, a casa, un caro amico Uomo di latta e un Leone senza coraggio. Il primo è perfettamente al corrente di questa mia opinione, il secondo ancora non è in grado di vedersi e non credo di voler interferire così tanto nel suo processo meditativo. Gli uomini alla ricerca di se stessi sono la cosa più dolce, sbagliata e goffa che abbia mai visto.
Fino a quel momento, quindi, niente di nuovo, poi il ragionamento è caduto su di me. Già, me...
Scoprirmi, con una tale semplicità, uno Spaventapasseri senza cervello mi ha fatto davvero sorridere. Niente di più uguale: una creatura capace di una continua, incessante ricerca di sapere e di nuovi, ennesimi rimproveri sul non essere abbastanza intelligente, colta, preparata, fantasiosa, creativa.
Eccomi lì.
Non c'è da stupirsi se vado perfettamente a braccetto con gli altri due.
Andare dal Mago per sentirmi dire che un cervello già ce l'ho, è forse esattamente quello di cui ho bisogno.
Quando il Leone scoprirà che il coraggio dipende solo da lui, e quando l'Uomo di latta si concederà di coltivare un proprio cuore, allora forse anche la vostra Spaventapasseri capirà che la bulimica ricerca di prove per attestare la propria creatività, può finalmente avere tregua.

mercoledì

Rizes #9 - Vivere le distanze

Quando in Rizes manca qualcuno, non manca davvero.
Il nostro gruppo WhatsApp "Pleistocene al Bar" (vi si spiegherà anche questa un giorno) sopperisce alla distanza fisica, riducendola e quasi annullandola. Dico "quasi" perché è inutile prenderci in giro: la presenza fisica conta. Come puoi altrimenti abbracciare Lucia in un momento di sclero? Come puoi tirare una gomma a Nicola appena noti la sua palpebra destra calare sotto il peso della sonnolenza pomeridiana?
Non puoi...Ci sono le urla nei messaggi vocali e le frasi coccolose da scrivere, ma un abbraccio lo puoi dare solo quando torni.
La cosa certa è che le assenze non passano inosservate, si sentono, si avvertono in modo tangibile. Magari si sta anche un po' malinconici.
Tuttavia chi è distante non può fare a meno di fermarsi e guardare con grande ammirazione il movimento del gruppo. Li vedi muovere armoniosamente come uno stormo al tramonto, un'unica macchia nel cielo, compatta e chiassosa. Rimani immobile ad ammirarli, fiera di farne sempre parte anche se in quel momento non in volo con loro.
Così si affrontano le distanze in Rizes.

Rizes #8 - il Nome

Il nome Rizes l'ho sentito pronunciato nei modi più disparati:
Rizè (probabilmente da chi ama la lirica e cede facilmente ad assonanze);
Raizs ( da anglofoni sperduti e nostalgici);
Rizis (carino, a pensarci);
Isis (di questo ancora non ci capacitiamo della cosa...).
Ma da cosa è nato il nome? Come è stato tirato fuori dalle nostre menti? quale operazione maieutica è stata elaborata dietro per portarci a questo arzigogolato titolo?

Diciamo che la componente di maggioranza di ex studenti di liceo classico ha segnato marcatamente la volontà di provare con una terminologia greca.
Eh sì, perché il termine è greco, si pronuncia per come è scritto e vuol dire "radici".
Un buon vecchio vocabolario Rocci vi potrebbe quindi essere di aiuto per la declinazione (tra l'altro il Rocci ha un'esilarante pagina fb che vi suggerisco di visitare).
Non fu facile trovarci, però, tutti d'accordo su un nome. E passarono lunghe settimane prima di decidere.
Era certo il concetto di attaccamento al territorio, di amore per la tradizione più genuina, di voglia di fare rete e farci comunicazione di un pensiero. Il nome radici venne fuori così, però continuava a suonarci cacofonico.
Quindi andammo a cercare in diverse lingue come poteva essere pronunciato, detto, tradotto. Personalmente controllai anche nel vocabolario Klingon ma reputai che 'oqQar non andava comunque bene.
Infine Marta prese il suo Rocci e scoprimmo il melodioso Rizes.
Certo...ancora ora c'è chi un po' storce il naso (Nicola), chi sostiene che sia un nome non poi così tanto armonioso (sempre Nicola), chi fa notare come generi spesso confusione, seppur solo per un istante (aridanghete Nicola), e chi ancora non ha digerito l'aver scartato il nome "Arteonauti" da lui proposto ( indovinate chi?).
Rizes: come è scritto si pronuncia, nel modo più chiaro e semplice che c'è :)

martedì

Compagni di viaggio

Alla fine dei conti penso di non volere altro. Non voglio stabilità, non desidero niente di duraturo. Tutto ciò che mi suggerisce permanenza mi rende solo inquieta.
Alla fine dei conti io cerco solo un compagno di viaggio. Un uomo con cui condividere le avventure. Da amare nella durata di una trasferta. Da amare nel bel mezzo del vorticoso cambiamento e condividere con lui quella frenesia, follemente.
Alla fine dei conti io non pretendo niente se non fedeltà lungo quel tragitto, e la promessa che prima o poi il viaggio finirà. Noi cambieremo e saremo grati l'uno con l'altra, come buoni amici.

Rizes #7- come nasce un'idea: quella buona

Durante la "riunione creativa" ci chiudiamo nella stanza delle idee. Questa consiste nella stessa solita stanza di sempre, ma ai nostri occhi, in quelle ore, appare più colorata, forse più calda o fredda (a seconda della stagione), stracolma di cose da sempre lì ma che è come se vedessi per la prima volta.
Io arrivo in ritardo. Sono una persona notturna. Le idee, quelle visionarie e più sincere mi vengono dopo ore e ore di veglia, quasi fino all'alba. Questo comporta che la mattina io sia sì carica di idee ma anche di sonno, e di conseguenza arrivo in ritardo (...e assonnata).
La scena che si trova entrando in casa è la seguente:
Lucia siede sulla soglia della stanza davanti al suo portatile, ascolta buona musica e guarda quante più immagini disparate trovi sul web (le più disparate, giuro). Le passi accanto sorridendo e lei ti saluta come se ti avesse visto mentre era un attimo affacciata alla finestra di casa: poi rientra in se stessa, indaffarata com'è a svuotare e riempire i mille cassetti della sua mente.
Nicola dondola su se stesso. Rannicchiato nell'angolo più remoto del suo divano a elle, dondola avanti e indietro. Come l'asta di un metronomo, segue (o detta) un ritmo cangiante, che sente solo lui. Ogni tanto penso che abbia in testa un brano di Gershwin, me lo canticchio pure, cercando di intercettare qualche attacco di battuta, da qualche parte, ma niente. Si ferma solo quando a qualcuno viene il mal di mare e a quel punto salta giù dal divano e inizia a fare i chilometri per la stanza. Poi finalmente rimane bloccato, come sospeso, e allora tutti noi capiamo che è il momento della rivelazione e lo ascoltiamo in religioso silenzio.
Riccardo non lo vedi subito.
Di lui vedi solo un braccio, aldilà del dondolio nicoliano, che perpendicolare al pavimento, muove un gesto di saluto seguito da uno squillante "Ciao Vale!". Fai qualche passo avanti e lo trovi disteso di schiena a terra.
"Sempre il solito problema alla schiena?"
"Sempre quello"
Ormai siamo tutti d'accordo a lasciargli pensare che crediamo davvero a questa storia. Lui arriva, dice che ha mal di schiena e si distende. Persino Miele il gatto, va lì a fingere di dargli due coccole per consolarlo e lenire il dolore.
La verità è una: Riccardo guarda le nuvole. Le guarda al di là del soffitto, riesce a vederle comunque, sempre e più di noialtri.
Marta è l'unica interlocutrice pratica della situazione.
Siede in posizione centrale nella stanza, e io me la immagino sempre con in mano un retino per farfalle. Lei si è scelta il ruolo di cacciatrice e con occhi vispi e orecchie tese afferra le estemporanee di una parte e i sussurri sibillini dell'altra e da lì elabora ad alta voce spronando tutti a dire la propria. Cuce brandelli di idee con una abilità pari a quelle delle ricamatrici orientali. Senza di lei saremmo semplici pezzi di stoffa colorata.
Sabi e Ire sono le fate madrine. Invocate nel momento di maggior dubbio compaiono virtualmente, sempre raggiungibili e pronte a fare qualche loro magia e darci preziosi spunti.
Così nascono le buone idee in Rizes.

lunedì

#6 Rizes - come nasce un'idea: dovuta premessa.

Mi sono sempre sforzata di scorgere il reale volto di Rizes man mano che i progetti si sviluppavano e le riunioni si inanellavano. Seppur ormai tutti toscani per adozione, alcuni di noi hanno provenienze diverse e queste emergono tutte all'inizio della cosiddetta "riunione creativa". Per accedervi ognuno di noi deve portare qualcosa: come da piccoli, che per poter giocare a nascondino con gli altri bambini dovevi svuotare le tasche e sperare di avere abbastanza biglie e conchiglie da barattare (...durissima l'infanzia in Sicilia), così ognuno di noi di Rizes porta un dono, una caratteristica, un difetto, una qualità.
Sarà per deformazione professionale, ma per capire bene cosa succede dovete immaginare l'interno di una bottega di un pittore rinascimentale che si trova a dover collaborare con maestri "stranieri".
Tra pennelli, terre e carboncini tre scuole di pittura si mettono a confronto per creare un capolavoro.
Così la scuola lombarda porta la propria visione del mondo precisa, netta e tagliente, senza il minimo timore del grottesco perché semplicemente umano: si caratterizza per una genuina schiettezza, che rifugge ogni genere di frivolezza.
Questa appartiene, invece, ai siciliani insieme a una sana dose di malizia e un amore per le plateali esagerazioni: testardi per come sono, ribaltano ogni prospettiva a loro piacimento, convinti che l'essenza di tutto stia nei dettagli.
Infine la scuola toscana, padrona di casa, interviene a chiusura.
Come ha sempre saputo fare, usa un tocco armonizzante che, tra linee morbide e colori fatti di luce, smussa le incongruenze, affascina e rassicura grazie alla linearità di una progettazione che non tradisce nessuna altra identità. Trovano l'equilibrio usando una smisurata fantasia, inaspettatamente e perennemente risolutiva.
È in questo clima che ci incontriamo e facciamo germogliare i pensieri: nella nostra chiassosa fucina non potranno che nascere idee e sogni folli.

mercoledì

Rizes #5- quando va storta

Capita a volte che le cose vadano storte. Ripeto sempre che abbiamo scelto una vita rattoppata, una di quelle per cui non dormi la notte per il peso delle attese, e gioisci di una gioia bambina quando invece tutto funziona esattamente come si vuole. Sapete quella felicità di quando riesci a fare una presa di carichi con il due di briscola? Ecco esattamente quella soddisfazione lì.
Questo vivere di emozioni comporta anche il saper reagire e sopravvivere alle piccole sconfitte, alle delusioni, perché, è inutile mentire, ci sono e ci saranno sempre. Noi abbiamo imparato ormai a fronteggiarle con calma, dignità e classe.
Le reazioni che possiamo registrare sono raggruppabili in 4 macro tipologie:
Tipo 1. L'impulsivo che afferra le chiavi della macchina e si fionda verso la porta chiedendo di aver consegnata la lista nera dei nomi, pianificando già perfide e diaboliche vendette - il più bravo a mirare del gruppo si premura in quel caso di imbracciare il fucile carico di sedativo per pachidermi, mentre gli altri preparano un buon giaciglio per il furioso compagno.
Tipo 2. Il depresso che recupera dal cassetto il vecchio cappio, messo da parte la delusione precedente, e inizia a ricalcolare le planimetrie della stanza per rintracciare la trave portante - il gruppo reagisce convincendolo a fare un giro fuori, giocandosi la carta dei bei panorami toscani dalle dolci colline.
Tipo 3. Il cinico che inizia a indossare un sorriso facilmente confondibile con l'espressione che si assume quando si ha una colica e a enunciare frasi sconclusionate - in quel caso interviene Miele, la gatta coccolosa, che addolcisce la situazione nel modo più rapido possibile.
Tipo 4. L'impassibile, che, ferma sentinella nella tempesta, continua a tenere saldo il timone e a mantenere la rotta del folle volo che ci siamo scelti- il gruppo allora prepara un buon tè caldo e una coperta da mettergli sulle spalle, perché si superi la nottata e si attenda insieme la nuova alba.
Il nostro segreto sta tutto lì. Nella diversità dei caratteri, delle emotività, delle storie passate, delle aspettative personali, è sempre insieme che affrontiamo l'ostacolo, senza mai perderci di vista, avendo sempre cura l'uno dell'altro.
Nessuno di noi dubita mai della nostra capacità di superare lo scoglio, consapevoli che ben presto riusciremo a riprendere la navigazione verso una nuova avventura.

lunedì

Rizes #4- Elementi per la riunione: il sale

Mangiare una fetta di pane e cioccolato in Toscana non dà soddisfazione. Nel resto d'Italia addentarne un pezzo è un'esperienza indimenticabile. Il dolce del cioccolato, insistente e a volte controverso, si risolve sul finale con una inaspettata punta di sale.
Ecco, quella punta lì è come un segreto tra amanti, un sorriso sincero rubato a un cinico con una battuta geniale, un salto salvifico, sospeso tra gli ultimi due gradini non visti.
Il sale che non troviamo nel companatico a pranzo lo si produce naturalmente nelle riunioni Rizes.
Durante i nostri incontri non mancano mai risate, prese in giro, litigate appassionate e fasulle. Non manca l'abilità nell'eseguire leggere capriole, risolutive nelle più intricate e disparate dinamiche. È un sale genuino, che fa rinvenire dai torpori, che rende assetati di novità, che stimola curiosità e idee.
Siamo radici salate.

domenica

Rizes #3 Elementi per la riunione: deus ex machina

Succede a volte nella vita, nel momento in cui spedi la tua più disperata e impegnativa quotidianità, che invochi l'intervento di soccorso da parte di un super eroe.
Ricordi quel ferragosto in cui ti sei ritrovata con le borse della spesa (contenente tra le altre anche gelato) in Piazza del campo, sotto il sole a picco, mille mila persone intorno e le entrate alla piazza occupate dalle contrade con i cavalli? In quel momento lì, sai bene di esserti domandata: "Ma mandassi un bat-segnale..? " senza neanche la pretesa di riceve l'intervento dal cavaliere oscuro, ti saresti accontentata anche solo di Robin, per dire.
Ecco, a volte, durante le riunioni Rizes, capita di sentirsi come se si fosse bloccati in Piazza del Campo, in mezzo ai cori di contrada. È in quel momento che, uno a caso di noi, alza la testa e pronuncia le fatidiche tre parole: "chiamiamo il presidente". Così andiamo tutti nella "stanza della leva", tiriamo una gigantesca leva di legno di mogano e diamo avvio a un articolatissimo sistema di cavi, tessere di domino e campanelli atti a far partire il segnale di s.o.s.
Nel giro di due minuti entra in casa il Presidente di Rizes.
Sorriso e occhiali sulla punta del naso, Gino, si fa pazientemente spiegare il problema e nel giro di qualche frase riesce ogni volta a sbloccare la trappola in cui si era incappati. Come era apparso così scompare, ma lascia un'aria nuova e intrisa di rinnovato coraggio.
È indubbiamente un bravo presidente.

sabato

Rizes #2- Elementi per la riunione: il gatto.

Orientativamente, la tipica riunione Rizes non si svolge nell'ufficio, ma qualche gradino sopra, in linea d'aria.
L'irresistibile divano arancione disposto ad "elle" accoglie tutti, e chi non ci sta si siede sul parquet.
Elemento indispensabile per iniziare è Miele, uno dei gatti più bisognosi d'affetto e più rumorosi nel chiederlo, che io abbia mai conosciuto. Miele ama le coccole, Miele pretende le coccole, Miele deve avere le coccole, non c'è storia, moina o broncio che tenga. Dopo un anno di rifiuti persino io ho dovuto cedere a dare qualche carezza a quella morbidezza ambulante. Quando scompare è perché è riuscita a sgattaiolare nelle stanze proibite (sviluppa una velocità inconsueta per la sua stazza), oppure è alle prese con le scarpe, altra sua adorabile perversione.
È quasi d'obbligo, entrati in casa, levarsi le scarpe. Camminare a piedi nudi è qualcosa che ha a che fare con l'infanzia selvatica che un po' tutti lì abbiamo avuto. Ricreare quella piccola ribellione dalle convenzioni è un modo per sottolineare la nostra piccola forma di anarchia. Miele intende quel gesto come un obolo a lei evidentemente dovuto in quanto felino, in quanto amante delle scarpe umane, e infine in quanto padrona di casa. Non sono mancate le volte in cui si è ritrovata dormiente (o svenuta) con il muso dentro il mocassino di turno.
È un gatto indubbiamente speciale, ma le vogliamo profondamente bene anche per questo.
Se lei non c'è, la riunione non inizia.

venerdì

Rizes #1

Da piccola amavo farmi leggere una favola in particolare. Si intitolava "Cigno appiccica!". Ilare pensare a come, con il tempo, mi sia venuta una forma di profondo fastidio per le cose appiccicaticce... Fatto sta che adoravo quella favola.
Un giovane di nome Goffredo, il classico ultimo genito bistrattato e magrolino, entrava in possesso di un cigno magico: bastava che egli pronunciasse l'ordine "Cigno appiccica" e chiunque stesse in quel momento toccando l'animale sarebbe rimasto indissolubilmente appiccicato. Goffredo, così arrivava nella città della classica triste principessa, e man mano che passeggiava con il bellissimo cigno riceveva le attenzioni da parte dei passanti: prima un garzone, poi una massaia, una guardia, un fruttivendolo... Ogni volta Goffredo sussurrava l'ordine all'animale e andava a creare così una lunga fila di persone che, per amore della bellezza, per quella rara tentazione, rimanevano letteralmente appiccicati, seguendolo nella sua serena passeggiata, senza riuscire a fermarlo. Inutile dire che alla vista di quello strano corteo, sgangherato sì, buffo forse, ma sicuramente dolce, la triste principessa scoppia in una risata, una di quelle che, cristalline, spezzano il torpore della quotidianità di un triste pomeriggio regale. Il lieto fine da favola per lei e Goffredo è ovviamente scontato, ma i matrimoni non mi hanno mai attratto. Quello che mi rapida e incastrava ogni volta in quella favola era altro. Era il fascino di un pifferaio magico di diverso tipo, letto in una versione innocente e, soprattutto, divertente.
Ebbene questo per me è ciò che deve essere Rizes: qualcosa che magicamente lega persone diverse per lo stesso genuino motivo. Qualcosa, cioè, che ammalia per la bellezza e il valore riconosciuto di una reale risata.

Inizia oggi il racconto di Rizes.
Tutti pronti, mettiamoci seduti, prendete i popcorn e vediamo un po' quale sarà il prossimo capitolo da raccontare.

sabato

Oggi è un primo maggio

È nelle sere di paura e incertezza come questa che io mi rifugio in una serata di un anno fa. In una notte di primo maggio in cui per qualche ora sono stata felice come pensavo non sarei mai stata più. Qualche ora di grazia passate a scambiare attenzioni e risate inedite, tenerezze e baci di una dolcezza inutile e per questo ancora più preziosi.
Lì è il mio momento di serenità, lasciata scivolare quasi senza accorgersene, stupidissimamente.
Lì mi rifugio in ore che sono state concrete e per un folle attimo semplicemente solide.
Stasera dunque mi trovate in quella stanza, a filosofeggiare su Darkwing Duck e a continuare a ripetermi in testa che ci sono baci di cui sarò sempre affamata.

lunedì

Rare tracce

Voglio fermare questo momento, che è uno di quelli rari di lucidità.
È andata via ogni cosa. Ogni qualsiasi briciola di amore rimasto, ogni qualsiasi goccia di incanto.
Sono libera, finalmente, e disillusa. Ho slegato anche gli ultimi vincoli in cui ero impigliata.
Un urlo feroce presto si alzerà, definitivo, salvifico di una dignità sempre più affievolita. Vorrei tornare a vedere chiaramente chi sono, grazie.
Queste rare tracce di me che ancora rimangono.

venerdì

Il vento del nord

Tra cassetti e scansie
dissemino ogni parte di me.
Di me il cui riflesso rassomiglia sempre più
a quello che rimanda uno specchio in frantumi.
Un volto per ogni scheggia,
un colore per ogni pezzo di me.
Legami insieme,
ricuci ogni pezzo di me,
prima che mi disperda nel familiare vento,
prima che sia tardi per ricordare
quale sia la strada di ritorno.

domenica

Innamorarsi

La prima cosa è il suono della pallina nel momento in cui tocca la racchetta. Quel suono sa di tacchi di donna innamorata in una buia strada d'estate. Lo riconosceresti ovunque, chiunque tu fossi.
La seconda è la strategia. Uno scambio di battute che ti portano a capire dove mirare per far punto. E vinci nel momento in cui cogli quell'angolo scoperto, quella parte del mondo che davi per scontata o inesistente, e l'altro invece lo vede chiaramente. E non puoi non sorridere, quando fa punto e ti lascia lì inchiodata.
La terza è il ritmo. Per essere una partita struggente e infinita il ritmo deve essere inteso da entrambi. Se uno accelera l'altra deve incalzarlo, si conduce a turno e si cambia, ma l'armonia di fondo deve essere la stessa per entrambi.

giovedì

Zaino

Ad un certo punto deve arrivare il momento in cui mi spoglio dei problemi altrui. Mi spoglio della volontà di uscire da me stessa per comprendere un altro. Arriva il momento in cui alla domanda "come stai?" non risponda più argomentando sullo stato psichico di una terza persona. Io non ho la forza né il ruolo per sopportare e supportare. Avrei potuto, ma le cose sono andate diversamente. È il rischio di stare appresso a uomini di latta. Ricevere echi e non sentimenti unici e univoci. Riempiti solo di sentimenti altrui, non sanno discernere, non sanno cosa sia importante per loro. Seguono echi altrui che rimbombano confusi in una cassa toracica vuota.
E io da tutto ciò devo fuggire. In tutto ciò, io non posso costringermi a essere un'eco tra i tanti. Indistinguibile. Per quanto difficile, io devo trovare chi riesca a sentire solo la mia voce. Io merito qualcuno che accolga le mie fughe, che mi afferri un momento prima che cada giù, che rida di come il vino mi colori le guance, che faccia di tutto per passare del tempo con me, solo con me. Io merito una partita a scacchi, una diabolica sfida di rime e battute. Merito una cosa che sia solo per me. È l'unicità ciò che condiziona i rapporti. O meglio, è il rapporto unico che condiziona un'amicizia, un amore, una qualsiasi solida relazione.
Oggi inizia il mio viaggio, dunque. Chiudo il mio zaino. Da un anno aspettavo un "ti amo" che mi era stato negato. Ricevuto, ottenuto, ora posso chiudere il mio sacco stracolmo, e proseguire, concedendomi un nuovo viaggio, magari più sano, sempre tortuoso, mai ingannevole.

domenica

Quando un uomo ti fotografa

Sono qui al buio. Ci sono stata per tutto il pomeriggio mentre cercavamo la posa giusta, lo scatto perfetto. È curioso essere così meravigliosamente indagata, studiata, analizzata in ogni sfumatura, in ogni chiaro scuro dei miei sorrisi, prepararsi ad ogni click, modellarsi come creta nelle mani di un giullare bugiardo. Alla fine mi appaga esattamente come fare l'amore con qualcuno che si ama e con cui sai non funzionerà mai. Lui mi trascina in questo suo mondo di visioni e caso. Mi vuole con sé, mi permette di volare in alto per quattro spensierate ore, con una vaghezza che vorrei trattenere con me per sempre. Quella grazia che si conclude con un bacio sulla fronte e una riconoscenza ingiustificata, ma totalmente ricambiata. Un gioco da grandi fatto di sguardi e risate, di figure nel buio, di profili illuminati, di sospiri sorridenti.

lunedì

Ali ti ho dato...

Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato ( Teognide)

Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.

Scriveva d'amore Teognide, uno non corrisposto, verso un uomo che grazie a lui sarebbe rimasto immortale.

La leggenda di Dedalo e Icaro racconta un amore diverso, paterno, e cela il solito pesante monito. Mirava a sottolineare il precetto di non disobbedire alla figura autoritaria, che può vietare qualcosa, ma solo per il tuo bene.
Sapere che il Canova in questa opera abbia rappresentato se stesso adolescente in compagnia del nonno, dà un'ulteriore chiave di interpretazione.
I nonni danno le ali. Le donano rinunciando alle loro ossa più fragili e leggere. Le fabbricano nella fucina della loro fantasia e le confezionano calibrando i più fatati equilibri. Sono consci della caduta che i nipoti potranno subire, ma, a differenza dei padri, sanno che il volo vale sicuramente la caduta.

Che la caduta sarà bellissima perché quelle ali sono bellissime.

mercoledì

Tutto ebbe inizio quando... #4

Avevo deciso che, cascasse il mondo, sarei stata sua amica. Sapevo che non era assolutamente disposta a fare la prima mossa per poter intraprendere un'amicizia. Allora curiosai (in realtà era davvero una campagna di spionaggio) alla ricerca di un piccolo appiglio, qualsiasi cosa, con cui poter attaccare bottone. E infine vidi un cd tra le sue cose. Rosso sullo sfondo su cui campeggiava un uno giallo.
Lo cercai disperatamente, lo recuperai. 
Così conobbi i Beatles.
E diedi vita ad una delle più preziose amicizie che la fortuna mi abbia regalato.

martedì

Tutto ebbe inizio quando... #3

Entrarono nel salone in gruppo e lui, calzoni corti e a scacchi variopinti, inappropriati, con svogliatezza e disincanto, senza guardarci neanche, ci passò accanto.
In un balzo si sedette sul tavolaccio di legno. La sprezzatura gli faceva da padrona. Gambe penzoloni, sguardo verso le finestre, perso nel vuoto, giocava con le dita, senza farci molto caso.
"Questo è un coglione" pensai.

sabato

Tutto ebbe inizio quando... #2

Tutto ebbe inizio quando conclusi i tre anni di propedeutica e giunse il momento di scegliere uno strumento. Si scoraggiava la scelta del pianoforte, decisamente inflazionato, e il maestro di violoncello era molto simpatico. Avevo 8 anni, allora, e a casa parlavo di come ormai fossi convinta sulla scelta dello strumento a corda (e archetto).
Poi il giorno della scelta giunse.
Ricordo tutto: il portone che rimbomba dietro di me, i passi nell'androne, le scale, l'ingresso buio, il corridoio e le sue mattonelle rosse, e infine la segreteria.
"Quindi, cosa abbiamo scelto come strumento?" mi chiesero occhi dolci e un sorriso.
E in quel momento dalla mia bocca uscì un distinto quanto inaspettato: "pianoforte!" tra lo sbigottimento dei miei e di me stessa. Ero stata io a dirlo, a sentirlo e a volerlo, senza dubbi, limpidamente.
E pianoforte fu. Tasti neri e bianchi colorarono i miei pomeriggi dei successivi 10 anni della mia vita, e ora con altrettanti 10 anni di distanza dall'ultimo incontro sento una incolmabile mancanza del mio più caro amico d'infanzia.


venerdì

Tutto ebbe inizio quando... #1

Tutto ebbe inizio quando lui entrò con il professore nella fototeca.
Da quel giorno mi prese in giro per il mio giunonico silenzio in cui spesso mi intabarro nel principiare di una nuova conoscenza.
Si avvicinò cauto alla mia postazione sbirciando il mio lavoro sul portatile.
Scostò la sedia, si sedette. Iniziai con la mia elucubrazione storico artistica, umile il giusto, entusiasta per genuinità.
"Nell'altare manca solo il quarto fratello scultore all'appello, nessuno ne individua l'attività"
"Eppure..."
"Eppure ho pensato che quei due..."
"Gli angeli in alto..."
"Sì! quelli in stucco!"
"Sì! quelli sono in stile."
"...e mi chiedo: che sia opera del quarto fratello?"
"Già!"
Silenzio.
Sorridiamo. E sento ancora sulle labbra quel mio sorriso.
E vidi il suo per la prima volta...
...A dire il vero, solo allora io vidi lui per la prima volta.